3 insegnamenti dal Dictionnaire des Méthodes di Jiří Kolář

Ci sono libri che si pongono come manuali di pratica del saper fare.
E poi ci sono libri che parlano di visione del fare.
Il Dictionnaire des Méthodes di Kolář appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Non è una raccolta ordinata di tecniche.
È un territorio di sperimentazione, in cui il collage diventa pratica di pensiero.
Non si tratta di imparare come fare collage, ma di mettere in discussione perché lo facciamo.
Tra le molte intuizioni che emergono, ce ne sono tre che continuano a tornarmi addosso mentre lavoro.
Tre movimenti profondi che riguardano non solo la materia, ma il tempo, la memoria e il modo in cui guardiamo le cose.
1. L’usura come forma di verità

Kolář ribalta una delle convinzioni più radicate: il valore non sta nell’integrità, ma nell’attraversamento.
“Possiamo strappare una cosa al suo destino o rallentare il suo tempo.
La cosa è destinata all’uso e solo l’usura la fa maturare. Ecco perché anche i suoi detriti sono indizi del suo destino.”
Un oggetto intatto è ancora silenzioso.
Non ha ancora incontrato il mondo.
“Un manico, se le mani non l’hanno maneggiato e modellato la sua superficie, rimane un semplice prodotto fabbricato, un pezzo di legno, né più né meno.
Una tazza vergine del tocco delle labbra può essere una scoperta senza prezzo, ma non può essere citata come testimone del destino…”
È l’uso che trasforma.
È il contatto che scrive.
Nel collage, questo cambia radicalmente il modo di scegliere:
non cerchiamo più immagini perfette, ma immagini vissute.
Non superfici pulite, ma tracce.
Perché è nell’usura che le cose diventano altro da sé.
Diventano memoria.
2. Lo strappo come rivelazione

Nel décollage, Kolář introduce un’immagine tanto semplice quanto vertiginosa:
“Ho l’idea che la vita ci ricopra sempre di nuovi strati di una carta invisibile. L’una ci fa dimenticare l’altra.”
Viviamo per stratificazione.
Accumulo su accumulo.
Ma è nel gesto opposto, quello di togliere, che qualcosa accade davvero.
“Quando riusciamo a strapparne una, siamo stupiti della quantità di cose che ci rimangono…
La quantità di cose capaci di nuovo risveglio e di resurrezione.”
Lo strappo non è distruzione.
È accesso.
È il momento in cui ciò che era nascosto torna visibile,
in cui il tempo non cancella, ma conserva sotto traccia.
Nel lavoro creativo questo è un invito preciso:
non aggiungere continuamente,
ma imparare a togliere.
Perché sotto ogni immagine ce n’è un’altra.
E spesso è proprio quella più necessaria.
3. La piega come memoria irreversibile

Le stropicciature portano il gesto ancora più vicino al corpo.
La carta viene piegata, compressa, lasciata agli eventi.
Non è più controllata, ma esposta.
“Le analogie offerte dalla vita… gli eventi del destino che inferiscono l’uomo… così profondamente che mai più potrà appiattire, cancellare in sé le conseguenze di questi cicloni…”
Ogni piega è un evento.
Ogni grinza è una traccia che non può essere annullata.
E forse non deve esserlo.
Nel collage questa è una presa di posizione:
non tutto va corretto,
non tutto va reso lineare.
Alcune forme funzionano proprio perché sono state deformate.
Perché portano dentro di sé la memoria di un impatto.
Quello che resta
Usura, strappo, piega.
Tre gesti semplici, quasi elementari che nel lavoro di Kolář, diventano strumenti per guardare il mondo e che ci spinge a riflettere sul valore del tempo, sulla sottrazione che nasconde e rivela, sugli eventi che lasciano traccia e trasformazione indelebile.
Alice Pietrella | IG @collage_diary | FB alicepietrellacollage


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